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Cembro ITW about Megunica
26-03-2007 - articoli
di Noodles
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Rovistando fra vari url in giro per la mia casella di posta elettronica mi sono imbattuto in questo sito mooolto interessante. Si tratta di un progetto particolare, uno di quei progetti che meriterebbe più attenzione e anche più visibilità.

www.megunica.org è la trascrizione telematica di un viaggio fatto da due artisti, Blu ed il Cembro, per alcuni paesi dell’America Latina. Non si tratta di una vacanza o di uno skateboarding-tour. Niente di tutto questo. Blu è un’artista bolognese che partendo dalla sua passione per i graffiti ha sviluppato una concezione (e quindi una produzione) artistica molto particolare. Lorenzo “Cembro” Fonda è invece uno skateboarder di Modena, mente malata padre di vari progetti artistici (sia via web che non). Per intenderci è la mano che assieme a Chiste l’anno scorso ha “illustrato” le strutture dell’Oasi skatepark in occasione dello Slam Trick.

Questi due ragazzi, supportati da Mercurio Cinematografica, sono partiti alla volta dell’America Latina, il primo con l’ambizione di realizzare nuove opere d’arte, il secondo prefiggendosi il compito di documentare con la propria telecamera il tutto. I dipinti di Blu sono molto particolari. Si tratta di illustrazioni giganti realizzate su pareti di edifici inconsueti spersi per il continente sudamericano. I boys in questione hanno lasciato il loro segno in Messico, Guatemala, Nicaragua, Costa Rica ed Argentina. So che messa giù in questo modo ci avrete capito poco ed appunto per questo abbiamo deciso di fare due chiacchiere con il Cembro, in modo tale che, una volta letta la sua breve ITW potrete gustarvi le foto sul suo sito in attesa che esca il documentario che porta la sua firma alla regia.


1) Dunque un minimo di presentazione ve l’abbiamo già fatta. Spiegaci un po’ com’è stata partorita quest’idea.

La scintilla credo di averla avuta guardando un documentario su Beautiful Losers, una mostra itinerante che raccoglie le opere d’arte di esponenti di spicco del mondo skate e dell’arte di strada e non. Come progetto è nato in America, ma l’anno scorso è passato anche qui in Italia, alla Triennale di Milano. Mentre guardavo il documentario, pensavo che questi artisti, i quali intendiamoci, rispetto e apprezzo tantissimo, non avessero niente in piu a livello qualitativo e creativo rispetto a persone che abbiamo anche noi qui nel nostro umile stivale. Solo il destino ha voluto che vivessero nel posto giusto al momento giusto, e il resto è diventata giustamente storia. Per cui mi dava noia che venissero celebrati così tanto proprio qui in terra nostra mentre altre figure altrettanto valide non erano prese in considerazione. D’altro canto era la mostra Beautiful Losers e ovviamente esponi le opere che fanno parte di questa mostra, gli organizzatori (che ringrazio per lo sbatti di averla portata qui) non hanno “colpa” da questo lato. Quindi ho detto, vabbè, se nessuno si vuole sbattere per far conoscere l’arte dei nostri compari a un pubblico piu vasto, lo faccio io. E il primo a cui ho pensato è stato Blu, che già si stava facendo conoscere in giro per i fatti suoi, del resto. Gli dissi che era il momento che la gente “comune” conoscesse il suo lavoro, essendo convinto che la sua opera non avesse nulla da invidiare a nessun’altra. Lui accettò, e dopo qualche discussione passata a capire il modo più genuino possibile con cui rappresentare un artista e il suo lavoro, e in base alla modestia e riservatezza che lo caratterizza, decidemmo che il documentario avrebbe avuto lui come personaggio principale, ma avrebbe comunque parlato di arte di strada con un approccio piu generale. Successivamente, quando si decise per l’idea del viaggio, la mia visione del film si trasformò progressivamente nel voler analizzare più che il suo lavoro, il suo personale approccio alle esperienze di vita, e a come le interiorizza in termini di ispirazione per il suo lavoro.


2) Come mai la scelta di paesi come Messico, Nicaragua ed Argentina come sfondo per il vostro progetto?


Blu mi aveva mostrato dei diari di viaggio illustrati che aveva tenuto quando era andato in India E Nicaragua, negli anni precedenti. Rimasi a bocca aperta, ovviamente. Capii che non era uno che si tirava indietro al mettersi uno zaino in spalla e girare il mondo. Per cui, nella prima presentazione del progetto che feci a Mercurio inserii due righe in cui accennavo al fatto che Blu è un avido viaggiatore e che i suoi spostamenti fanno parte integrante del suo processo artistico. Quando con grande e enorme e incredibile stupore realizzai che al mio capo l’idea generale sfagiolava, e non aveva detto “no” alla mia proposta di andare lontano da qualche parte nel globo, parlai con Blu e come due bambini con un plico di biglietti gratis davanti a un parco giochi decidemmo un continente dove andare. Lui era già stato in Nicaragua a un festival di murales, e aveva già qualche contatto là, gli era piaciuta molto l’atmosfera, e sarebbe tornato volentieri, magari se possibile visitando tutto il centro america. Il Grande Oracolo Mercuriano disse che era possibile.
Cooosaa??? Sinceramente non potevo crederci. Riuscii a inserire dentro al progetto la ragazza di Blu, Silvia, che ci avrebbe dato una mano con le interviste, microfoni, logistica e quant’altro. Poi andai a New York per un’altra cosa, dove per caso incontrai Ivan, che lavora per Mercurio e stava facendo assistente montatore per un documentario. Gli raccontai del progetto, e lui mi disse che avevo assolutamente bisogno di un producer (figura che organizza materialmente e logisticamente un progetto, con un occhio di riguardo al budget) , e io nono, ma figurati, sono uno skater, mi so arrangiare, faremo i punk, gireremo a caso… grazie a dio dopo la quarta birra riuscì a convincermi, e convinse il nostro boss a pagargli la sua quota per il viaggio. Il team era formato!


3) Una volta perfezionata tutta la parte teorica si arriva all’aspetto pratico, in sostanza “pronti via!”, si salta sull’aereo e si arriva dall’altra parte dell’Atlantico. Una volta arrivati nell’altro emisfero quali sono stati i problemi, le difficoltà ma anche le note positive di questa impresa?

Bè, il mio problema più grande inizialmente era che non sapevo una parola di spagnolo. E per un regista che vuole fare un documentario basato sulla raccolta di esperienze tramite interviste è un po’ grigia.. per fortuna che Blu e Sibe lo conoscevano bene, per cui presi due piccioni con una fava, nel senso che decidemmo che le interviste le avrebbe condotte Blu, e in questo modo questi momenti di condivisione con artisti del luogo diventavano più suoi momenti di incontro e conoscenza piuttosto che una serie di mie sterili domande. Lui sapeva cosa gli interessava e sapeva fare le domande giuste, e io dovevo solo filmare quello che succedeva durante queste conversazioni.
Diciamo che lo stile delle riprese è stato un processo in fieri, sviluppatosi via via durante il viaggio, in base a come ci adattavamo alle situazioni che ci si presentavano.
Un altro problema che avevamo era stare attenti in ogni momento alla telecamera. Non era molto grossa, ma è semi-professionale, e fa la sua scena. E in quei posti, avere una telecamera che “fa scena” in quel modo, vuol dire essere costantemente esposti a possibili tentativi di furto. E le modalità dei furti, di solito, sono molto semplici: ti si avvicina tizio (di solito c’è anche un caio di fianco), ti puntano una pistola in faccia (o machete, dipende da come dio ha scelto di farti morire), tu gli dai la telecamera, e ognuno per la sua strada. Se opponi resistenza, bum, o zak. Per cui, nessuno voleva né avere le cervella perforate da una rivoltella arrugginita guatemalteca, e nessuno voleva d’altra parte che ci fosse rubato l’unico strumento che avevamo per girare il documentario. Quindi ogni giorno era sempre vivere e lavorare sul filo del rasoio, non riprendere lui, mettiamo via la telecamera ora, quel tipo ci sta seguendo, c’è troppa gente attorno, mi sto insospettendo, e così via, fino ad arrivare a surreali litigate tra chi voleva continuare a filmare e chi voleva metterla via (quello che voleva sempre filmare ero io, ovviamente). Avevamo anche comprato una telecamera piu piccola per i momenti “sketchy” dove è meglio sembrare un turista che un operatore tv, ma non la usammo molto.
Un’altra “difficoltà” è stata che Blu fece subito la richiesta di non essere mostrato in volto nel film, né nelle foto del viaggio. Azz. Come fai a fare un documentario su una persona e non mostrare mai il suo volto? Semplice, lo tagli via dall’inquadratura! Tiè! No, a parte gli scherzi, all’inizio l’idea era di coprire il suo volto con animazioni che lui avrebbe fatto al ritorno del viaggio, ma quasi subito capii che era meglio tagliare il suo volto (o riprenderlo da dietro) e fare concentrare Blu su animazioni libere che non dovessero essere un semplice “coprire” una parte dello schermo.
Insomma, i problemi che mi vengono in mente sono più tecnici che altro.. per quanto riguarda il viaggio grandi difficoltà non ne abbiamo avute, direi che in generale è filato via piuttosto liscio. Le note positive, infatti, sono innumerevoli e una più significativa dell’altra.


4) Com’è la gente di quei posti? E’stato difficile o una figata relazionarvi con loro? Come reagivano vedendovi intenti a fare quello che stavate facendo?


Le persone che abbiamo incontrato lungo il viaggio sono state fantastiche. Prima di partire non sapevo cosa aspettarmi, assolutamente. La cosa entusiasmante è stata entrare in contatto con le realtà più piccole e disperse: era sempre un riscoprire come in ogni posto del mondo la gente si sforza per avere una vita dignitosa, e indipendentemente da quello che ha, la vive col sorriso sul volto. Quello che da questo lato ho capito da questa esperienza di viaggio è che non importa quello che hai, ma come affronti la vita con quello che ti è stato dato dal “destino”. Le espressioni che ho visto negli occhi di gente che vive in baracche non dimostravano minor gioia di vivere rispetto a chi dalla vita ha una villa con piscina. Quindi la domanda è: cosa ci fa sopportare il vivere con più facilità? Avendo visto questo, non credo siano quanti bigliettoni hai in banca.
Per quanto riguarda le reazioni della gente al nostro progetto, erano tutte sempre entusiaste. Tutti erano lusingati che avessimo scelto il loro paese per fare questo viaggio, e vedendo dipingere Blu erano sempre attratti e curiosi. Abbiamo moltissimo girato di persone che si avvicinano al muro gli chiedono cosa sta dipingendo, per chi, per che cosa. Ed è molto divertente vedere quando Blu a sua volta gli chiede cosa pensano voglia dire il pezzo in questione, e loro danno le loro interpretazioni… questi momenti sono definitivamente uno dei punti cardine del progetto, la condivisione di idee e immaginazione tra un artista italiano e persone conosciute in strada, per caso. La sua arte non è per i commenti asettici di qualche gallerista, ma per chi davanti quei muri ci passa quotidianamente, magari scalzo e con un sacco di 30 chili sulle spalle.


5) Dai non ci credo che eravate la senza conoscere nessuno. Chi erano i vostri ganci in loco e come avete fatto a trovarli?

No ma infatti prima di partire avevamo già preso qualche contatto. Blu con i suoi, tra amici di amici o gente con cui si era sentita solo via mail. Io avevo il contatto con Glauco, mio amico di vecchia data di Modena che seppi sarebbe partito per Managua dove avrebbe lavorato in un centro di aiuto per abitanti di una favela. Per cui gli proposi di fare questo workshop coi ragazzi, e la cosa funzionò (ci ospitò pure per una intera settimana, grazie a lui e a Sara eheh).
Per il resto siamo andati freestyle, vari contatti li abbiamo trovati durante il viaggio grazie al nostro photoblog, che tenevamo aggiornato di giorno in giorno e che permetteva alla gente dei posti per cui saremmo transitati di vedere cosa stavamo facendo e se potevano darci una mano in qualche modo. I primi giorni abbiamo ricevuto una valanga di email di gente che si offriva di incontrarsi, darci ospitalità, o metterci in contatto con altra gente a loro volta. Eravamo piuttosto contenti di questo modo di procedere, improvvisato e genuino.


6) Aneddoti particolari legati a quest’esperienza? Dai dai un po di gossip divertente da raccontare ci sarà di sicuro…

Bè, ce sono a decine… vorrei tenere quelli filmati per il film, per cui provo a pensare a qualcosa successa quando la telecamera era spenta… bè, a Guatemala City ho pensato che stavo per morire.
Stavamo andando a casa della famiglia di Rigoberta Menchù, per incontrare qualche persona che ci avrebbe raccontato un po’ di cose sulla cultura Maya. Eravamo sul taxi, come al solito, in mezzo al traffico. Postilla: dovete sapere che a città del Guatemala vengono uccise una media di 15 persone al giorno per aggressione, furto o chissàcosa. In quel taxi, però, non ci sentivamo in pericolo, anzi, stavamo allegramente sparando cazzate mentre il tassita si destreggiava nel traffico, come al solito delirante. Solo che questa volta era un po’ più delirante del solito, dato che mentre guardo fuori dal finestrino vedo avvicinarsi pericolosamente al mio lato del taxi un pick-up. Sperando che o il tassista o il pickupparo si accorgessero della cosa, mi ritrovo a dire “oh oh ooohh” mentre il furgone inizia a graffiare la mia portiera, il tutto ai 30 all’ora circa. La cosa va avanti per qualche secondo, poi il tassista si accorge e si scosta, senza apparentemente batter ciglio. Smettiamo immediatamente di dir cazzate. Il pickup si fa un po’ avanti e facendoci perdere 4 anni di vita a testa fa per venirci addosso come per tagliarci la strada. Mentre succede ciò, arriviamo a una coda di un semaforo. Il pickup davanti a noi si ferma e vediamo la figura del guidatore chinarsi verso il cruscotto di destra e cercare qualcosa. In quel momento abbiamo pensato tutti la stessa cosa: pistola, bam bam bam bam, quattro ragazzi italiani uccisi a Guatemala city. Per fortuna il tassista è stato lesto ed ha approffitato della ripartenza della fila per sgattaiolare via e lasciarsi il pick up alle spalle, che poco dopo abbiamo visto prendere un’altra strada. Non sapremo mai se si era chinato veramente per prendere una pistola e usarla contro di noi, ma in quel momento siamo stati tutti d’accordo che forse potevamo star per morire, e per 10 minuti nessuno ha aperto bocca.


7) Parlaci del tuo compare, il Blu

Inizio con le cose negative, così mi tolgo subito il pensiero: è paranoico, maniaco del controllo, spilorcio fino a rasentare la patologia e a volte è palese che fa fatica pure lui a gestire il suo roboante ego. Tutto il resto è uno sconfinato talento, una incredibile e sorprendente immaginazione, momenti di ignoranza acuta, una spiccata predisposizione alle relazioni interpersonali e una volontà di ferro. Ovviamente quando leggerà questa parte non sarà d’accordo in niente, ma non sarebbe una novità!


8) Quali differenze e quali affinità ai trovato fra la gente di quei posti e noi italiani? E’ vero che c’è molto che ci accomuna in quanto popolazioni latine o son tutte stronzate?

Direi che ho trovato varie affinità tra noi italiani e le persone dell’america latina. La più grande è che l’approccio tra le persone è meno diffidente rispetto al modo con cui lo interpretiamo noi europei o nordamericani. Pur essendo persone strane, stranieri, con una telecamera in mano, la gente mi sembrava non ci guardasse con la diffidenza con cui ci avrebbe guardato un nostro “simile”. Magari è solo una mia impressione. Poi chiaro, le differenze dipendono dal posto in cui eravamo, abbiamo fatti parecchi chilometri e le abitudini cambiano parecchio.


9) Hai avuto modo di incontrare skateboarders, visitare spot ecc durante il tuo viaggio o ti sei concentrato  principalmente sul progetto Megunica? Che aria tira da quelle parti secondo te per quanto riguarda il mondo della tavola a rotelle?

Allora, lo skate non me lo sono portato, per ragioni tecniche. Però a Città del Messico ho skateato lo skatepark di cemento più grosso del centro america, una cosa enorme, parecchio divertente. Purtroppo è stata una toccata e fuga, perché stavamo dipingendo e i local mi dissero che era a due passi, per cui andai a dare un’occhiata.
A Managua (Nicaragua) conobbi un ragazzo che skateava, e mi mostrò dei video che aveva fatto con dei suoi amici. Cosa molto particolare, perché lì skateano in pochissimi e ancora meno hanno i soldi per avere un computer e una telecamera 3ccd. Mi disse che ogni tanto Chico Brenes passa di là, perché è di ori gini nicaraguensi, e quando scende gli porta qualche tavola e delle scarpe, dato che lì non ci sono skateshops e non si trova attrezzatura. Il suo sogno è quello di diventare regista, ma lì a Managua non ci sono molte vie, per cui stava pensando di andare a San Francisco, e inseguire i suoi sogni là. Gli auguro con tutto il cuore di riuscirci, ma mi sembrava piuttosto determinato, per cui era già metà dell’opera.
L’argentina è il paese più avanzato e ricco dove siamo stati, per cui è lì dove ho sentito le storie più concrete riguardo alla scena skate, ma non tanto da poterne tracciare un quadro della situazione. So che a Buenos Aires ci sono vari skatepark, e sappiamo tutti gli skaters che l’argentina ha prodotto (a partire da Bruno Aballay). Con Blu dovevamo dipingere uno skatepark di cemento lì, ma per questioni di tempo e priorità non ci siamo riusciti. Prossima volta!


10) Fra la fine del 2001 e l’inizio del 2002 l’Argentina è stata al centro di una grave crisi economica dalla quale pare si stia riprendendo abbastanza in fretta. Per fare un esempio ora gli skateboarder argentini, a quanto pare, non dipendono praticamente più dalle US company. Che ci dici a riguardo? Intendo sia a livello generico che magari più nello specifico per quanto riguarda la situazione skateistica.

Come dicevo prima, non sono entrato abbastanza nello specifico da poter dare una descrizione accurata. Per quanto riguarda la situazione generale, la crisi ha visibilmente lasciato i suoi segni, soprattutto nella memoria delle persone. Quando parlavamo con i passanti, le cose sicure che avrebbero dette erano due: che avevano qualche parente italiano, e che non augurano a nessuno di vivere una crisi come quella che passarono loro. Ma a vederli vivere non si direbbe che hanno passato quello che hanno passato, perché la città ci è parsa piuttosto ricca e le persone sono tutte di buon’umore e cariche di volontà e intraprendenza. Forse è vero che per trovare la forza e la motivazione per creare qualcosa di buono devi prima vivere un grande momento di difficoltà. Diceva lo scrittore Osvaldo Soriano che gli argentini hanno sempre nella loro storia una qualche traccia di un fallimento. A me sembra che se un momento difficile c’è stato l’abbiano saputo superare a testa alta.


11) C’è qualcosa che ha reso più difficile il tuo rientro a casa? Magari qualche persona che avresti voluto con te sul volo di ritorno o qualcosa da esportare in Italia e nel vecchio continente?

Bè, l’ultimo giorno eravamo totalmente disorientati. Non potevamo credere che stavamo tornando indietro. Ci eravamo appena ambientati a Buenos Aires, era piena estate, vivevamo vicino alla piazzetta più viva della città e stavamo iniziando a fare amicizie in giro, ognuno per i fatti suoi o insieme. In più dopo aver vissuto in 4 assieme 24 ore al giorno ci pareva strano di tornare ognuno alla propria vita, ma questo succede a tutti quelli che fanno un viaggio insieme per cui non è niente di nuovo (in realtà Sibe mi fa notare ora che 4 persone che prima di partire praticamente non si conoscevano vadano d’accordo per tutto il tempo è abbastanza raro…)
Sicuramente avrei portato qualche persona indietro con me, per conoscerle meglio o presentarle ai miei amici, ma direi che è stato sufficiente riportare 80 ore di girato, 4500 foto e un mucchio di ricordi indimenticabili.


12) Cosa ci dobbiamo aspettare dal documentario che stai preparando?

Per favore, non aspettatevi niente! Che poi mi sento la pressione sul collo e divento ancora più gobbo.. a parte gli scherzi, ho una visione generale di come voglio si materializzi il film, e credo che il prodotto finale sarà piuttosto interessante, sotto diversi punti di vista. Ma non sono io che devo giudicare il mio lavoro, sarà chi lo vede, e l’unica cosa che mi interessa è che chi esce dalla sala dopo averlo visto sia stato ispirato a creare, vedere il mondo con occhi nuovi o semplicemente abbia capito che è costellato di infinite minuscole sfaccettature ciascuna degna di essere scoperta, conosciuta e vissuta. E la prima cosa da fare è sollevare le vostre chiappe da quella poltrona e andare a esplorare quello che c’è fuori dalla vostra porta!


13) Quando potremo vederlo e come pensate di distribuirlo?

Speriamo verso l’inizio di quest’estate di poterlo iniziare a farlo girare nel circuito dei festival internazionali. Ma tra me e Blu non so chi è più impegnato, per cui una data precisa non c’è. Per la distribuzione stiamo valutando varie proposte, sia per il mercato italiano che estero. Ricordatevi poi che stamperemo anche un libro con i nostri diari di viaggio illustrati, foto del viaggio, foto dei pezzi e ovviamente il dvd col documentario. Per cui tenete d’occhio la vostra libreria d’arte di fiducia….
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